Erano solo le 8 e mezzo e il tempo sembrava non passare mai. Il telefono aveva smesso di trillare come per incanto alle 4 e ora sembrava che nessuno avesse più voglia o motivo di chiamare. In fondo il venerdì sera è sempre un momento morto per una agenzia matrimoniale, ma questo venerdì in particolare aveva qualcosa di diverso, di strano, di indefinibile.
La vita, fuori dell’ufficio, si era fermata, forse anche a causa del magnifico sole. Forse tutti erano andati al mare. Io invece non sapevo dove sbattere la testa e la cosa non mi era di conforto. Avevo combinato poco durante la settimana, un paio di scambi di numeri telefonici, un contratto prematrimoniale saltato a soli 4 giorni dall’altare e due preventivi per matrimoni con rito civile. Veramente poca cosa. Poi il campanello della porta aveva trillato, aveva trillato tre volte. Il tempo di aggiustarmi il nodo della cravatta, di organizzare un sorriso accettabile e avevo aperto. La silhouette che si intravedeva dietro il vetro smerigliato della porta prometteva bene.
“È questa l’agenzia matrimoniale Passatempo?” La voce era all’altezza del portamento e dell’aspetto.

“Certo, entri pure.”
Lei si era fatta avanti con lo stesso atteggiamento di chi entra in un porcile, e la cosa mi aveva infastidito non poco. Le avevo offerto la sedia, lei aveva preferito la poltrona.
“Mi dica in cosa posso esserle utile, Signora…?”
Prima di rispondere alla domanda, lei si era accesa un Toscano e aveva giocato con il fumo, sparandolo direttamente verso il mio viso.
“Il nome non ha importanza, il motivo della mia presenza, quello è importante.” Era come se non avesse risposto.
“Continui, sono tutto orecchie” avevo sibilato, sperando di rompere quella atmosfera un po’ troppo sinistra.
“Lei avrà grande esperienza in fatto di unioni, immagino, ma cosa sa in fatto di separazioni?”
La domanda mi aveva colto alla sprovvista.
“A parte quelle canoniche, annullamenti e divorzi, conosco solo un modo per concludere certe situazioni.”
Era una battuta, e speravo che lei la avesse intesa in quel senso.
“Questo è proprio il tipo di risposta che volevo”. Il suo tono si era fatto ancora più duro e sinistro.
“Continui, prego.”
“No, non ora e non qui. Venga a casa mia questa sera alle 21 e continueremo il discorso.”
Il suo tono non ammetteva repliche.
Se ne era andata lasciando dietro di se quel terribile puzzo di Toscano.
Non sapevo cosa pensare, e la cosa mi preoccupava. A prima vista sembrava una richiesta piuttosto esplicita, anche se le sue parole erano state più oscure di una cantina senza elettricità. Avevo circa 2 ore di tempo per prepararmi all’incontro, il che mi avrebbe permesso di passare da O’Beon, il mio fornitore ufficiale di sbronze. Intascato il biglietto con l’indirizzo della bella sconosciuta avevo inforcato il cappello ed ero uscito.

O’Beon mi aveva accolto, come tante altre volte, a braccia aperte e a finestre chiuse. L’aria era totalmente irrespirabile, ma la cosa non mi infastidiva, anzi deponeva a favore del locale. Glug, il barista, mi aveva servito il solito yogurt, sogghignando come una iena, e poi si era disinteressato di me.
Da quando avevo smesso di bere alcolici, a sentir lui, ero diventato un essere insignificante, e come tale dovevo essere trattato. Ma ben altri erano i miei pensieri quella sera, il ricordo della misteriosa maliarda occupava tutta la mente, e buona parte dei polmoni. La domanda era sempre la stessa, cosa poteva volere da me quella stupenda ragazza che fumava Toscani che altri non potessero offrirle? Su due piedi non ero in grado di rispondermi. Perché poi avesse scelto la mia agenzia era un’altra cosa inspiegabile, ero quasi sconosciuto, sicuramente uno dei brokers matrimoniali meno importanti. Sicuramente il meno caro, ma non poteva essere quello il motivo della sua visita. Eppure lei aveva scelto me.
Il tempo stentava a passare e le idee erano sempre più confuse, per cui avevo deciso  di  uscire da  O’Beon per andare direttamente a casa di Lallo, un mio amico investigatore che avevo deciso di portare con me dalla maliarda. Lallo aveva molti difetti, ma anche un grande pregio: era muto. Non che non riuscisse a seguire una conversazione, era un ottimo lettore di labbra, ma l’essere sordomuto lo faceva apparire poco pericoloso, e quindi raramente non veniva accolto. Lo avevo sorpreso in un feroce tête-à-tête con il frigorifero, con il quale Lallo spesso litigava, per perdere quasi sempre. Una volta mi aveva confessato, in un momento di grande serietà, che proprio per colpa del frigorifero era rimasto senza parole. Dopo una buona mezz’ora, tanto mi era servito per distoglierlo da quella lotta senza quartiere, eravamo usciti per raggiungere la meta agognata, la dimora della splendida sconosciuta.

Turtle Road era una via pretenziosa.
Meta di pellegrinaggio da parte dei soliti, stupidi turisti a caccia di visi famosi, era conosciuta in tutto lo Stato per via di una singolare caratteristica. La pavimentazione era composta da gusci di tartarughe disposti come cubetti di porfido. Potenza del denaro.
“Chissà che odore nei giorni di pioggia” avevo pensato senza però dar voce all’idea.
Una cosa che non sopporto è vedere Lallo ridere, anche perché, credetemi, lo spettacolo è veramente pietoso. Del resto, provate voi a ridere con le mani, poi mi direte.
La dimora al numero 32 poi era francamente esagerata. In tono con il personaggio, certo, ma visto che in cuor mio avevo sperato di poter trovare qualcosa da criticare, e lì non c’era nulla, assolutamente nulla fuori posto, quella perfezione aveva alimentato i miei dubbi.
Una casa principesca, nascosta agli sguardi indiscreti da una fitta siepe molto curata, circondata da un prato inglese talmente bello da sembrare finto, mollemente adagiata sul mare. Lallo aveva fischiato più volte con la mano sinistra, segno di grande ammirazione.
Io mi ero limitato a valutare il tutto finanziariamente. Dal mio punto di vista la maliarda avrebbe potuto tranquillamente comprare tutto il quartiere dove avevo l’ufficio, rilevare i miei debiti, sempre troppi, e quindi diventare padrona assoluta della mia vita.
Voi come vi sareste sentiti in simili circostanze?
Io peggio.
Il maggiordomo che ci aveva aperto si era silenziosamente dileguato dopo averci condotti in un salone con vista sulla baia, anzi, per essere più precisi con vista nella baia. Perché al posto della moquette c’era la sabbia.
“Così hanno risolto il problema della cera.” Questa volta avevo dato voce ai miei pensieri e Lallo, che aveva visto tutto, era partito. Le sue mani frullavano come poche volte gli avevo visto fare, segno che aveva apprezzato la battuta.
In quel mentre lei era apparsa, più bella che mai, coperta solo da un piccolo costume da bagno di seta, con un badile in una mano e il solito Toscano nell’altra.
Dopo un attimo di indecisione le avevo baciato il piede destro. Noblesse oblige, cosa volete…..
“La stavo aspettando, ma pensavo  sarebbe venuto solo. Lui chi è, la sua balia?”
Che voce quella voce.
“Lui è Lallo, un mio amico. è muto ma di compagnia, mi creda. Gli ho chiesto di accompagnarmi perché era triste, ed ero sicuro che venire qui avrebbe giovato al suo umore.” Poi, dopo una piccola pausa avevo ripreso:
“E ora spero che lei sarà un po’ meno ermetica.”
Lei aveva appoggiato il badile a un divano con una grazia incredibile, e dopo aver aspirato profondamente il Toscano aveva iniziato a parlare.

“Non so quale idea lei si sia fatto di me, e poco mi importa. Come avrà potuto notare non sono i soldi che mi mancano, quello che mi manca è un uomo, un marito.”
La divina continuava a essere molto, troppo generica e sfuggente per le mie abitudini, per cui avevo deciso di passare all’attacco.
“Divina, perché non mi racconta tutto partendo dall’inizio, perché io non ci sto capendo nulla?”
Lallo aveva sottolineato il concetto con un ampio gesto delle braccia.
“Le regole del gioco le detto io, bello, per cui non continuare a seccarmi con queste interruzioni e ascolta.”
La maliarda aveva un bel carattere, simile a quello di un wrestler e questo poteva essere pericoloso. Ritrovarsi con un consulente matrimoniale maledettamente innamorato della cliente non è mai piacevole. Intanto il Toscano dava segni di insofferenza alla situazione, glielo si leggeva negli occhi che stava solo aspettando un attimo favorevole per darsi alla fuga, ma lei non mollava la presa, neanche per nettargli la testa dalla cenere. Lallo invece si stava divertendo un sacco, anche perché da dietro il divano erano comparsi per incanto secchiello e paletta, e lui non si era fatto pregare. Ora, in mezzo al salone, troneggiava una brutta copia del Castello di Versailles, completo di nobili francesi e affini.
La maliarda era già stufa della nostra presenza, di quella di Lallo sicuramente, e dava segni di impazienza. Io stavo aspettando di capirci qualcosa, e speravo in un coup de théâtre, in un qualcosa che ci smuovesse tutti da quell’impasse. Ci aveva pensato lei Con un colpo di badile ben dato, aveva raso al suolo Versailles, riducendo in lacrime il buon Lallo, e poi con nonchalance si era voltata e si era diretta verso la spiaggia. Le ero andato dietro, non potevo andarmene senza aver capito qualcosa. La bella si era liberata del Toscano, del badile e del costume e si era gettata in mare, raggiungendo il largo con poche bracciate.
Era forse un invito?
Mi ero liberato dei vestiti, non tutto per fortuna, e così in mutande e fondina la avevo seguita.
Il nuoto non è mai stato il mio sport preferito. Me la cavo, ma a condizione che i miei piedi tocchino il fondo. In sostanza sono un nuotatore “da bagnasciuga”. In punta di unghie avevo cercato di raggiungerla, ma lei era troppo lontana e io non avevo sete, per cui avevo deciso di tornare per aspettarla disteso sulla sabbia.

Mi ero addormentato, cullato dal suono delle onde e dagli ultimi raggi di sole. Lei era tornata a riva, e ora stava aspettando che io aprissi gli occhi.
“Vogliamo continuare la conversazione oppure vuole continuare a dormire?” La sua voce tradiva rabbia e commiserazione al tempo stesso.
“Sono sempre pronto, quando si tratta di lavoro.” avevo risposto non riuscendo però a evitare di arrossire.
“Come le dicevo cerco marito, e lei dovrebbe essere un professionista, no?”
Ancora quel tono di voce.
“Perché andare tanto lontano. Se lei sta cercando qualcuno, beh, l’ha trovato. Mi faccia suo schiavo.” Non fatevi ingannare dalle parole, il tono era il più sarcastico che potessi ottenere dalle corde vocali.
“Non sono ridotta così male” era stata la sua risposta. E poi:
“Non voglio uno qualunque, voglio lui, il mio uomo.”
A questo punto, chiunque avesse avuto un po’ di senso dell’amor proprio la avrebbe insultata senza ritegno e se ne sarebbe andato senza voltarsi. Ma non il sottoscritto. Il lavoro è lavoro, e quando si tratta di denaro non vado per il sottile. Così avevo chiesto:
“Allora, qual è il problema? Lui è pazzo, gay o che altro?”
“La finisca di fare il galante, con me non attacca. Lui non può sposarmi perché è già sposato con un’altra. Io voglio che lei risolva la situazione. Sua moglie deve sparire, per sempre se possibile.” Il tono di voce era diventato più duro del berillio.

Avevo lasciato la bellissima seduta in riva al mare con lo sguardo perso nel vuoto. Lallo, dopo il vangamoto, se ne era andato senza aspettare il ritorno del sottoscritto, lasciandomi solo con i miei pensieri. Mi era sempre piaciuto guidare per i quartieri alti di notte, ma quella volta il piacere non era con me. La richiesta che era seguita al discorsetto della spiaggia non mi era garbata per niente, in parte perché il compenso era troppo elevato per quell’incarico, in parte perché io dirigo una compagnia matrimoniale, non una agenzia investigativa. Sì, lo ammetto, una volta ci avevo provato, ma ero stato bocciato all’esame di stato per la licenza, e devo dire che ne avevo sofferto. Acqua passata, comunque. Il presente era ben altro.
La maliarda, il cui nome era Consuelo Graph, aveva svelato l’arcano mistero, aveva finalmente avanzato la sua richiesta e io non ero stato in grado di dirle di no. E ora stavo girando per la città addormentata, chiedendomi come e quando sarei riuscito nell’impresa, nell’impresa di far sparire la moglie di quel fortunato mortale che era stato prescelto. Consuelo, congedandomi, mi aveva allungato un biglietto con su scritto un numero telefonico che, a sentir lei, mi avrebbe messo in contatto con lui. Ma era troppo presto per agire, così ero tornato in ufficio.
Perché non a casa, vi chiederete. Semplice, è difficile tornare a casa propria quando la casa non esiste. Il sonno, che fino allora si era mascherato, si era fatto sentire non appena varcata la soglia. Mi ero lasciato abbracciare dal divano ed ero sprofondato nel nulla più assoluto.

Il mattino porta consiglio, recita un vecchio adagio, ma a me generalmente porta solo un gran mal di testa. Soprattutto se è il telefono a svegliarmi.
“Pronto…”
“Pensavo di non trovarla, bello. È così che si guadagna i soldi dell’onorario?”
Era lei.
“Voglio dei risultati entro la fine della settimana, per cui si dia da fare” e poi aveva appeso.
Il fumo dell’acqua bollente della solita doccia mi aveva riportato umidamente alla realtà mentre il caffè liofilizzato non mi aveva restituito il sorriso. Ancora in accappatoio avevo fatto un rapido giro di telefonate, che erano culminate con il contatto diretto con lui, il fortunato mortale tanto agognato dalla mia cliente. All’apparecchio non mi aveva fatto una grande impressione, sembrava più sverso del sottoscritto, e in più la sua voce era marchiata da una erre francese tale da far prudere dietro le ginocchia. Per avere un appuntamento avevo dovuto lottare, e questo mi aveva stupito non poco. In più, il luogo dell’appuntamento scelto da lui non era decisamente all’altezza della sicura “puzza al naso” di lei. Una discarica pubblica non è certo uno dei posti più attraenti che si possano trovare.

Avevo dovuto aspettare circa un’ora barricato in auto prima di vedere Felix Xilef, il lui in questione, arrivare a bordo di un saltapicchio a motore. Che delusione. Perché le bellissime si devono innamorare di uomini che paragonati a noi stessi escono sempre perdenti? Comunque, non era il momento di interrogarsi su questioni filosofiche, era tempo di agire.
“Felix Xilef, suppongo” speravo che la mia voce non tradisse sarcasmo.
“Sono io. Facciamo in fvetta che devo covveve al lavovo” aveva risposto.
Di nuovo un intenso prurito dietro le ginocchia!
“Consuelo vuole che la liberi da sua moglie. Dove posso trovarla?”
“Consuelo che cosa?” aveva risposto decisamente sorpreso.
“Ha capito benissimo, Consuelo vuole che sua moglie sparisca. Non so fino a che punto lei voglia che io mi spinga, ma sembra fermamente decisa a ottenere l’esclusiva su di lei.”
“Guavdi che forse ha sbagliato pevsona. A quanto mi visulta Consuelo mi odia” aveva detto con un filo di voce.
In un attimo tutto mi era sembrato chiaro. “A tevva” avevo urlato mancando le due erre, ma era stato troppo tardi. Un rumore secco alle mie spalle aveva disteso Felix Xilef come una cotoletta alla milanese. Più morto di un fossile archeologico. Mi ero voltato il più velocemente possibile, sperando di notare qualcosa, ma il posto sembrava deserto. Avevo cercato un po’ in giro, poi ero tornato indietro.
“Missione compiuta” avevo pensato amaramente.

Non è difficile fregarmi, lo ammetto, ma questa volta avevo sorpassato tutti i limiti.
“La partita non è ancora chiusa” avevo pensato mentre mi chinavo sul cadavere, ma mi stavo sbagliando.
“Alza le mani e stai fermo, sennò ti stiro come uno sfilatino” aveva urlato una voce dura ed evidentemente abituata al comando.
La stessa voce aveva poi concluso: “Polizia.”
In men che non si dica mi ero ritrovato ammanettato su una volante diretta al comando centrale.
“Non è mai bello uccidere” aveva detto l’agente alla guida, “non risolve i problemi, ne crea altri, molto più grossi.”
Non avevo risposto, ero troppo deluso di me stesso per farlo, e poi non avrei fatto altro che peggiorare la situazione. Al comando mi avevano condannato prima che potessi vedere il giudice tanto le prove erano schiaccianti. Grazie ai loro discorsi avevo scoperto di aver fatto uccidere un venditore di Toscani di contrabbando molto famoso. Una perquisizione neanche troppo minuziosa nel mio ufficio aveva fatto trovare agli investigatori tre ricevute del morto intestate a mio nome per l’acquisto di tre partite di Toscani veraci, una agendina con svariati nomi di ipotetici acquirenti esteri, il numero di un conto in banca che era poi risultato molto fornito, una fotografia che mi ritraeva abbracciato a Felix e, cosa più importante, la registrazione di una mia ipotetica telefonata con tanto di minacce indirizzate al gentile morto.
Sapevo che tirare in ballo Consuelo non avrebbe giovato alla mia causa, per cui mi ero chiuso in un mutismo alla Lallo, tanto per intendersi, anche perché la polizia aveva trovato l’arma del delitto proprio accanto al cadavere. Evidentemente, mentre io cercavo in giro l’assassino, lui, o forse è meglio dire lei, era tornata indietro e aveva lasciato l’arma in bella vista.
Al processo, l’avvocato d’ufficio che mi avevano pietosamente trovato era riuscito a strappare una condanna abbastanza mite, 11 anni di carcere duro e una cura disintossicante, oltre al pagamento delle spese processuali e dei vizi di tutta la categoria del foro della città.

Erano passati sei mesi, sei mesi lunghi come una notte insonne. Non ero ancora riuscito ad abituarmi alla mia nuova vita, per cui il mio umore non era dei migliori. La mia pratica ormai sonnecchiava negli archivi di stato, il caso era stato dichiarato chiuso. Stavo cercando di fare il conto dei secondi che mi separavano dalla libertà quando il secondino mi aveva interrotto comunicandomi una visita. La prima visita.
Era lei, più bella che mai.
“Ciao bello” aveva detto vedendomi arrivare, e poi aveva aggiunto “non ti trovo in ottima forma, stamani.”
“Tu invece stai benissimo, a quanto posso vedere” avevo risposto un po’ seccato, mi capirete certamente.
“Vedo che non mi hai ancora perdonato, o sbaglio?”
“Sai, qui la vita è un po’ più grama di quella che penso tu stia conducendo.”
“Non arrivare a conclusioni affrettate, bello.”
“Oltre a essere una assassina sei anche sadica. Sei venuta per sfottere?”
“Sono venuta per farti sapere che sono innocente. Felix non l’ho ucciso io.”
“Allora siamo in due.”
“E so anche chi è stato. Ti interessa sapere con chi te la devi prendere?”
“L’unico con cui me la sto prendendo sono io, credimi.”
“Hai avuto la sfortuna di trovarti in un gioco più grosso di te. Felix è stato ucciso da uno del sindacato Toscani regolari, era da un po’ che lui dava fastidio per cui hanno deciso di eliminarlo.”
“Sono molto contento. E adesso? Sai quanto durano undici anni? Beh, durano undici anni, una enormità. E tu che ruolo hai avuto nella faccenda, lo specchietto per le allodole?”
“Io amavo veramente Felix, puoi anche non credermi ma è così. In breve, abbiamo perso tutti e due.”
“Gran bella soddisfazione. Vuoi che ti faccia preparare una stanza con vista sul mare, così da poterci consolare a vicenda?”
“No bello, io adesso torno a casa. Ma non disperare, spesso la realtà è meno brutta di quanto sembri.”
Questo era troppo, anche per me. Mi ero alzato e me ne ero andato senza salutarla, senza porre altre domande, senza chiederle perché Felix avesse detto di sentirsi odiato, senza chiederle perché avesse scelto me e non un altro.
In fondo non mi interessava più nulla.
E poi, avevo solo più 70 milioni 539800 secondi da scontare.

Erano passati altri 473760 secondi, ma il mio umore non andava migliorando. Poi mi stavo stufando di contare, per cui la depressione era immensa. Il secondino mi aveva chiamato e portato in parlatorio.
Era Lallo.
“Ciao Paolo” aveva detto Lallo.
Lallo?!?!?
“Lallo, tu parli. Dimmi che i miracoli avvengono ancora, ti prego.”
“I miracoli avvengono ancora, ti prego. Sei diventato tutto scemo?”
“Tu arrivi qui, mi parli, e io devo rimanere normale. A parte il fatto che sono sette mesi che non esco a bere yogurt, e che sono pulito come un foglio di carta ancora nell’albero, non credi che avrei tutto il diritto di essere diventato scemo?”
“Se ti da fastidio vedermi me ne vado subito, non ti preoccupare.”
“Scusa… Come è successo, voglio dire come hai fatto a guarire?”
“Puro caso, sai, il frigorifero si è rotto, e a me è venuta voglia di esultare. Partito il primo, il resto è venuto di conseguenza.”
“Stupendo. E adesso?”
“E adesso, anzi ieri, sono andato dal giudice e gli ho raccontato quello che era successo, ricordi, il vangamoto, la mia risata, tutto insomma, e lui mi ha creduto. Così come ha creduto al motivo per cui non avevo testimoniato al processo. Non sarebbe stato facile spiegare una cosa del genere solo con le mani.”
“Non ci credo.”
“Allora provaci, e vedi di essere convincente.”
“Voglio dire, non credo al fatto che il giudice ti abbia creduto.”
“Fai male”.
“Voglio dire, mi stai dicendo che mi credono innocente?”
“Perché, non è forse vero?”
Avevo ululato come un lupo infoiato….

Era bello andare in giro libero, anche se la città faceva schifo almeno quanto lo faceva prima di tutto questo. Ma era la mia città, e probabilmente non la avrei cambiata con un’altra.
La giustizia non ci aveva messo molto a comportarsi come tale, e ora stavo guidando la mia auto pigramente, seguito da un camioncino bianco.
Non avevo fretta.
Consuelo aveva preso il mio posto in carcere, in buona compagnia avevano scritto i giornali. Io non avevo preso il suo posto, la villa in Turtle Road era un lusso lontano migliaia e migliaia di matrimoni ma, ripeto, non avevo fretta.
Ero arrivato. Il camioncino bianco si era fermato subito dietro di me.
Mi ero diretto al citofono e avevo suonato.
La splendida voce assonnata di Lallo aveva chiesto: “Chi è?”
“Lallo, sono io, e sono in compagnia di un frigorifero ansioso di conoscerti”.